sabato 3 agosto 2013

L’intervento. Meloni (Fdi): La destra (senza trattino) riparte se diventa una “Cosa vera”


Pubblicato il 2 agosto 2013 da Giorgia Meloni

meloniPer anni non si è parlato di nulla, poi, all’improvviso s’infiamma il dibattito intorno al futuro del centrodestra italiano. Il termine dibattito è in realtà un eufemismo, diciamo che si discute intorno alla decisione monocratica di Silvio Berlusconi di abolire il progetto del Pdl per ritornare a Forza Italia. Tanto per essere subito chiara e onesta con tutti coloro che me lo chiedono in questi giorni, personalmente non mi appassiona la querelle intorno alla riedizione di Alleanza nazionale, operazione speculare in linea con il revival inaugurato da Berlusconi. Né mi convince la realizzazione di un’inquietante “cosa nera”, come hanno affermato diversi giornalisti, evidentemente appassionati di film horror. La verità è che subisco il fascino di un’impresa alla portata della nostra epoca e delle nostre umili facoltà: radicare nel cuore della patria una “cosa vera”, un movimento politico di uomini e di donne che cambi l’Italia e affidi alle generazioni future il testimone di un viaggio dentro la storia dei popoli. Voglio fare la mia parte in questo viaggio, per dare una continuità al sacrificio di tanti nel passato e per regalare ai nostri figli un piccolo tesoro di civiltà di cui andar fieri.
Per questo è nata Fratelli d’Italia: non per vincere delle elezioni, ma per fare delle cose. E certo in una democrazia bisogna passare attraverso il conteggio dei voti nelle urne, ma non basta, lo abbiamo visto purtroppo. Senza il radicamento di un’idea politica nelle piazze, nei mercati, penso a quelli rionali come a quelli finanziari, nella cultura, nelle organizzazioni di categoria, nella comunicazione di massa, negli enti locali a ogni livello. Senza una visione del mondo, magari imperfetta ma definita nei suoi mille colori, si possono anche vincere le elezioni, ma non si lascia un segno nella storia. Si tratta forse dell’insegnamento più crudele degli ultimi vent’anni.  Non basta un leader straordinariamente carismatico, servono delle idee coraggiose e persone, tante, che se ne facciano carico affermando quella visione nel quotidiano. Ci vorrà tempo, fatica per farlo, eppure le scorciatoie sanno solo di effimero. Come lo sono state troppe nostre esperienze di governo centrali e periferiche, nel corso delle quali è mancato il coraggio di osare, di aggredire i vizi mortali che hanno corroso lo spirito e la carne viva della popolazione.
La bellezza della scelta politica sta tutta nel rischio di fallire nell’attimo stesso in cui si è chiamati alla responsabilità di amministrare. Ci può stare, dobbiamo metterlo in conto, ma rinunciare alla sfida per paura di perdere o per soggezione rispetto ai poteri forti, rispetto all’egemonia culturale della sinistra, rispetto agli appetiti famelici degli speculatori accampati alle porte delle istituzioni, questo proprio non ci sta. Le ultime elezioni amministrative hanno certificato un buon successo di Fratelli d’Italia, eppure esaltare tale dato all’interno di un contesto così disastroso per il centrodestra, mi sembrerebbe miope. D’altra parte, i nodi arrivano sempre al pettine in politica. Nel bene e nel male. Quando, per sciatteria o per egoismo prima che per scelta consapevole, si preferì non costruire sul territorio nazionale un partito di centrodestra prescindente dal proprio leader, che fosse autenticamente radicato in ogni quartiere e in ogni città; quando si rinunciò a un partito patrimonio di tanti, di tutti, e non di uno solo per quanto ricco, pieno di tv e dotato di un enorme consenso personale, per inseguire una poltrona da parlamentare o per vili vantaggi privati; allora, si è scelto di non lasciar traccia del proprio impegno politico.
Appare ormai sempre più chiaro che la stessa adesione del Pdl al governo Letta si inserisce in questa logica di resa, condizionata solo al mantenimento di uno stipendio parlamentare quanto più a lungo possibile. E figuriamoci dopo la batosta delle recenti amministrative! L’aumento dell’Iva, da che era impossibile si è tramutata in “inevitabile”. Parola del ministro per lo sviluppo economico. L’abolizione dell’Imu? Da che era imprescindibile, adesso si afferma che le risorse necessarie “non sono più rinvenibili”, parola del ministro dell’Economia. Possiamo ben comprendere il disagio di quanti nel Pdl (continuo a chiamarlo così per intenderci meglio), si spendono per cercare di zittire i propri colleghi di governo. Ma l’operazione “governo delle larghe intese” ogni giorno smarrisce uno dei tanti veli di ipocrisia che lo avvolgono. E finisce per rimanere esposto al ludibrio degli italiani che non hanno mai creduto alla barzelletta dell’armonia costituzionale. Come noi. E allora si cambi subito questa maledetta legge elettorale anziché giocare con la pazienza e con i soldi degli italiani. Poi si voti, senza perdere altro tempo dietro inutili manfrine.
Purtroppo, ho la sensazione che gli ultimi risultati elettorali pongano ancora più in difficoltà i nostri alleati del Pdl, ove mai decidessero di abbandonare il governo con la sinistra. Credo sarebbe auspicabile una scelta di coraggio, ma se vogliono autodistruggersi, me ne dispiaccio perché siamo tutti sulla stessa barca. D’altra parte, leggo in queste ore della decisione di tornare a Forza Italia, una sorta di “holding” elettorale con venti “manager” regionali, partite iva, etc… Che dire…auguri! Io ho un’altra idea della politica. E forse anche molti italiani di centrodestra. Solo per fare qualche numero. Nel 2008 il centrodestra stravinse ottenendo 17 milioni 63mila voti. Il Pdl fece il pieno con 13 milioni 628mila voti, seguito dalla Lega Nord con 3.024.522. Il Movimento per le Autonomie di Lombardo ottenne invece 410.487 preferenze. Nel 2013 il Pdl ha ottenuto solo 7.332.121 voti, vale a dire oltre 6 milioni di voti in meno! Anche considerando i voti di Fratelli d’Italia (700mila) il centrodestra berlusconiano ha comunque perso 5 milioni e mezzo di voti, una enormità. Dove sono finiti? Non a sinistra, questo è certo. Una parte sicuramente nel raggruppamento di Monti con Fli e Udc: 3.591.560 voti. Ma dentro di questi vanno considerati gli oltre due milioni di consensi ottenuti dall’Udc nel 2008.  Un’altra fetta piuttosto consistente di voti è certamente andata a Grillo con ben 8.688.545 voti. Vera e propria novità dell’ultimo anno.
Ma dove voglio andare a parare con tutto questo parlar di cifre: il declino del maggior partito del centrodestra, il quale esiste finché resiste il povero Cavaliere, l’inesorabile scomposizione della coalizione di Monti, l’inevitabile collisione con la realtà del Movimento 5stelle, consegneranno a quella forza politica capace di rappresentarsi come credibile e determinata la maggioranza degli elettori. Quella maggioranza degli italiani che non è e non sarà mai di sinistra, ma che solo l’insipienza di un centrodestra evanescente può rendere schiava della sinistra. Noi li conosciamo questi italiani. Sono persone semplici che guardano alle cose essenziali, amano la libertà, la propria famiglia, credono in Dio, nelle proprie mani segnate dal lavoro. Sono estrosi, ottimisti, affascinati dal futuro. Certo sono anche incazzati e preoccupati, soprattutto per colpa di una classe dirigente che si aggrappa alle poltrone, terrorizzata dal rischio della sfida. Quegli italiani sentono forte il senso di appartenenza a una Patria, a un destino comune, sopra ogni cosa. E ogni giorno scelgono di appartenersi. È il loro modo, è il nostro modo, di sentirci meno soli, di superare la mortalità delle nostre esistenze.
Sto scrivendo da diversi minuti… eppure non ho ancora citato la parola più attesa del momento: destra. Volutamente scelgo di farlo solo ora, nella parte finale del mio intervento, perché non voglio speculare su di essa per meri calcoli elettorali. In questi anni abbiamo preferito da ambedue le parti aggiungere il suffisso centro alle parole destra e sinistra, per moderare le rispettive tensioni ideali e per conquistare quella fetta di elettorato cattolico, figlio della tradizione democristiana, decisivo per le sorti elettorali dai primi anni ’90 a oggi. Francamente credo che non ve ne sia più bisogno. Anzi, penso sia necessario segnalare alla cittadinanza le rispettive divergenze ideali affinché ritorni nella politica italiana quella giusta componente di idealità, distrutta dai governi Monti e Letta, capace di smuovere la coscienza popolare e perché no, anche di riportarlo al voto.
La destra che ho in mente non sarà mai un articolo vintage appeso alla bancarella dei nostri ricordi. La destra che ho in mente si nutre di futuro. Si disseta alla fonte di idee forti che hanno attraversato la storia d’Italia dall’antica Roma a oggi, passando per i codici medievali, le tele del Rinascimento, i sacrifici in battaglia, le vittorie sportive, gli angeli del fango e quelli fra le macerie delle città terremotate. La destra che ho in mente, agita temi nuovi e antichi come la difesa dell’ambiente, della natura, di “quell’equilibrio da mantenere a tutti i costi per noi e per chi verrà dopo di noi, fra cento o duecento anni”. Lo diceva un amico Paolo Colli parlandoci della raccolta dei rifiuti, quando Beppe Grillo ancora conduceva Te lo do io il Brasile.
La destra che ho in mente, rispetto al Pdl o alla Lega o a qualunque altro partito sulla scena politica italiana è più liberale in economia e più conservatrice nei valori. La famiglia innanzitutto, dove tutto inizia e si conclude. Non un dogma religioso, ma un elemento fondativo della nostra comunità. Un sentimento antico e moderno: figuriamoci se qualcuno di noi può davvero scandalizzarsi per una migliore definizione dei diritti individuali delle persone omosessuali. Ma altra cosa sono i matrimoni omosessuali, inutile strumentalizzazione di un fatto umano decisivo per l’ordinamento naturale, prima che giuridico. Stesso discorso vale per la sicurezza: un diritto di libertà, un’iniziativa solidale nei confronti dei più deboli, degli indifesi, non un capriccio piccolo borghese come si è cercato di dipingere a sinistra. Troppo spesso abbiamo piegato la testa di fronte alle caricature che venivano fatte degli elementi fondanti della nostra visione del mondo. Noi esistiamo per conservare e difendere questi elementi.
Come difendiamo la libertà economica. Briglia sciolte a chi rischia, a chi crede nella bellezza dei propri sogni. Esca lo Stato da tutto ciò che non gli compete: società partecipate, consorzi, intromissioni e attività private di ogni genere. Si liberino così le risorse per sgretolare il macigno della pressione fiscale e per liberare il gigante della crescita economica. Il corollario della libertà nell’attività imprenditoriale si chiama merito. Ed è una chiave di lettura utile per non sbagliare i passaggi più importanti del nostro tempo: dalla scuola alle università, dalle professioni al mercato del lavoro in genere. Ma quel merito, per emergere, ha bisogno di uguaglianza. Di rimuovere i privilegi consolidati e le rendite di posizione che ancora albergano numerosi in Italia. Privilegi ingiustificati, incomprensibili, difesi dai soliti poteri che ne sono anche beneficiari. La destra che ho in mente lavora per abbatterli, uno per uno, perché solo quando metteremo tutti sulla stessa ideale linea di partenza, e la competizione non sarà falsata, potremo davvero premiare chi arriva più lontano.
La destra che ho in mente, custodisce il ricordo dei martiri della legalità come Falcone, Borsellino, Giancarlo Siani o Peppino Impastato; senza alcuna distinzione ideologica o politica. E per due motivi fondamentali: perché dove c’è mafia non c’è Italia, e perché dove c’è la mafia non può vincere il merito. Diceva Luc de Vauvenargues: “L’onestà, che ai mediocri impedisce di raggiungere i loro fini, per gli abili è un mezzo in più per riuscire”. La destra che ho in mente cavalca senza freni le nuove tecnologie, come internet. Ma sa pure sdraiarsi al sole su un prato verde di periferia sopravvissuto alla speculazione edilizia. E ha un rapporto intimo con la propria tradizione.  Al di là degli spazi elettorali e delle convenienze politiche del momento, la destra che ho in mente ha una certa familiarità con il divino, che la sinistra non potrà mai avere. Saluto e augurio, è l’ultima poesia di Pierpaolo Pasolini. La scrisse in italiano e in friulano. Se nel Ventunesimo secolo c’è ancora qualcuno che considera Pasolini un autore di sinistra, è qualcuno che non lo ha mai letto.
Un vecchio vizio, collocare gli scrittori in base al sentito dire. Ma comunque la si pensi sul suo autore, questa poesia è il testamento di uno spirito alto, logorato dalla quotidiana guerra con una vita difficile, e non lo consegna a un intellettuale del Manifesto o a un politicante comunista degli anni ‘70. Lo consegna a un ragazzino in camicia nera. Un fascistello scapestrato, di quelli che abitano in periferia o nella curva dello stadio e lo sono più per scelta ribelle che non per reale convinzione. “Difendi i campi tra il paese e la campagna, con le loro pannocchie abbandonate. Difendi il prato tra l’ultima casa del paese e la roggia… Muori d’amore per le vigne… La confidenza col sole e con la pioggia, lo sai, è sapienza sacra. Difendi, conserva, prega! I padri hanno cercato e tornato a cercar di qua e di là, nascendo, morendo, cambiando: ma son tutte cose del passato. Oggi difendere, conservare, pregare… Occorre la Chiesa: ma che sia moderna. E occorrono i poveri. Tu difendi, conserva, prega: ma ama i poveri… Dentro il nostro mondo, di’ di non essere borghese, ma un santo, un soldato: un santo senza ignoranza, o un soldato senza violenza. Porta con mani di santo o soldato l’intimità col Re, Destra divina che è dentro di noi, nel sonno”.
Ciò che ho in mente si può chiamar destra o centrodestra o partito popolare o come diavolo volete, ma è lì, dentro l’anima profonda degli italiani, sotto la loro pelle, nei loro sogni. A noi tocca il compito di portarla fuori dai sogni e dentro la realtà. Includendo, disseminandoci sui territori, sui muri, sui libri, nelle televisioni. Facciamoci trovare di nuovo pronti all’appuntamento con il destino della vita politica italiana. Dedichiamoci alla realizzazione di una grande Cosa Vera, il suo colore, bianco, rosso o nero ha poca importanza. Ciò che conta è non fallire. Questa volta. Per chi c’era prima e per chi verrà dopo di noi.
*tratto dal numero di Charta Minuta “Maldestra”


Mediaset, Crosetto: Competizione con Berlusconi va vinta con i voti


«La sentenza di ieri è stata l’ultimo atto, per ora, di un percorso di contrapposizione armata tra Berlusconi e una parte della magistratura. Ho sempre sentito dire che le sentenze non si commentano ma penso sia un diritto capirle e formarsi un’idea.
La mia personale opinione è che le successive decisioni nei tre gradi di giudizio, nei tempi e nei modi, siano state determinate principalmente dal nome dell’imputato e che probabilmente nessun altro cittadino italiano nella stessa situazione, con proporzioni necessariamente diverse, avrebbe avuto una sentenza di questo tipo, anche nel caso in cui avesse ammesso il reato contestato e ci fossero state prove schiaccianti. Lo dico con la libertà di pensiero che ho sempre avuto anche nel criticare Silvio Berlusconi: lui con questa sentenza paga principalmente il suo impegno politico e non i fatti contestati in qualità di azionista di maggioranza di Mediaset. Ho cercato di rappresentare e costruire un’idea diversa di centrodestra e ho criticato molte delle sue scelte, sia politiche sia di persone. Ma la competizione con Berlusconi, da sinistra e anche da alleati nel centrodestra, va vinta con i voti, con il confronto e non con l’eliminazione giudiziaria. La sentenza di ieri paralizza ancora di più il panorama politico italiano perché obbliga a dividersi su un fatto extrapolitico che molti, come me, non solo nel centrodestra, considerano indipendente dalla ricerca della giustizia. Spero che questo fatto faccia almeno capire al PdL che reggere un governo inutile, e quindi dannoso come questo, non serve».
È quanto dichiara il coordinatore nazionale di Fratelli d’Italia, Guido Crosetto.
Roma, 2 agosto 2013

giovedì 1 agosto 2013

BABY PENSIONI, IL RITORNO di Redazione Cadoinpiedi.it - 31 Luglio 2013

A sconfessare la linea della riforma Fornero, che ha innalzato l'età per il ritiro, è la spending review. Così il ministero della Funzione Pubblica pensa di mandare in prepensionamento chi non è necessario.

BABY PENSIONI, IL RITORNO 
 Marcia indietro sulle pensioni. A sconfessare la linea della riforma Fornero, che ha innalzato l'età per il ritiro, è la spending review, che lo stesso governo Monti aveva reso uno dei suoi cavalli di battaglia. Può sembrare una contraddizioni in termini, eppure per rivedere e soprattutto ridurre la spesa pubblica i baby pensionati potrebbero essere una soluzione.
L'ipotesi al vaglio del ministero della Funzione Pubblica è mandare in prepensionamento tutti quei lavoratori che non siano davvero necessari al funzionamento degli uffici, e siano comunque vicini all'età per il ritiro dal mondo del lavoro. Lavoratori d'età avanzata e con stipendi molto alti, il che renderebbe conveniente allo Stato mandarli a casa anzitempo e pagare le pensioni anziché il mensile ancora per qualche anno.

Tra dire e il fare ce n'è di strada, ma è una delle ipotesi che il ministro D'Alia sta valutando per ristrutturare la macchina statale. In realtà degli esuberi nella PA ci sono già stati, e sono il pretesto per questa nuova "fuoriuscita": con il decreto sulla spending review dell'esecutivo di Mario Monti 7mila dipendenti pubblici furono esonerati dall'applicazione della neonata riforma Fornero perché risultati in soprannumero rispetto al fabbisogno dello Stato, e dunque gli fu consentito di andare in pensione con le vecchie regole, più convenienti, a patto che avessero maturato i requisiti entro il 2013.

Si tratterebbe comunque di una soluzione meno traumatica rispetto a quella degli esuberi non pensionabili, messi fuori con due anni di mobilità.L'idea di D'Alia piace molto anche alla Difesa, che vorrebbe applicarla ai suoi dipendenti. Come il governo Monti, anche quello guidato da Enrico Letta vuole infatti ridurre il numero dei componenti delle forze armate: l'obiettivo è arrivare a 40mila persone in meno, tra civili e militari, entro il 2024.

martedì 30 luglio 2013

Pensioni d'oro, Meloni: FdI vota si a emendamento lega, deputati carroccio e m5s sottoscrivano nostra proposta

«Ci chiediamo come possano definirsi "responsabili" un Governo e una maggioranza incapaci di opporsi a una vergogna nazionale come quella delle pensioni d'oro. Abbiamo votato a favore dell’emendamento al dl ecobonus presentato dalla Lega Nord e invitiamo i deputati del Carroccio e quelli del M5S a sottoscrivere la proposta già depositata da Fratelli d'Italia, che fissa un tetto alle pensioni d’oro oltre il quale vengono calcolati i contributi versati e che nel caso questi non ci siano, taglia la parte eccedente e destina i soldi risparmiati alle pensioni minime e di invalidità».
È quanto dichiara il presidente dei deputati di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.
«Consideriamo quella sulle pensioni d'oro una battaglia di civiltà, l'emblema di una politica dei privilegi e della casta che ha portato l'Italia a questa insostenibile situazione economica. Ma l'unico modo per vincerla è portarla avanti insieme, perché come hanno dimostrato prima la Consulta dichiarando incostituzionale il prelievo di solidarietà sulle pensioni d'oro oltre i 90 mila euro e oggi il Governo, la sua maggioranza e altre insospettabili forze politiche all'opposizione, ce la metteranno tutta per difendere questo intollerabile privilegio», conclude Meloni.
Roma, 30 luglio 2013

lunedì 29 luglio 2013

L' Albergo Diffuso a Piazza Armerina ...una proposta a Miroddi.





E’ di pochi giorni fa la notizia che l’ARS ha approvato la legge sulla istituzione dell’Albergo Diffuso.   La legge punta a dislocare gli alloggi per i turisti nelle  abitazioni del centro storico e dei borghi marinari e rurali,  garantendo a pochi metri da essi la presenza di locali adibiti a  spazi comuni per gli ospiti (ricevimento, sale comuni, bar,  punto ristoro).     «Questa legge - afferma Giampiero Trizzino, presidente della  commissione Ambiente - non è importante solo perchè norma  l'albergo diffuso, ma perchè il riconoscimento giuridico di  questo istituto consente di attingere ai fondi europei, cosa sui  cui focalizzeremo la nostra attenzione». Per il capogruppo M5S  Giancarlo Cancelleri «servirà a far ripartire l'economia anche  nelle piccole realtà che, grazie a questa legge, potranno  dotarsi di veri e propri impianti di ricezione senza però dover  spendere enormi capitali per la costruzione di mastodontici  hotel». Il merito di aver fatto approvare questo importante strumento legislativo è di Claudia La Rocca – deputata M5S che si è avvalsa della preziosa collaborazione del Dott. Giancarlo Dall’Ara Presidente della Ass.Naz.Albergo Diffuso che, come certamente si ricorderà, stilò nel 1998 il piano di sviluppo turistico di Piazza Armerina incentrandolo proprio sull’ospitalità diffusa .Desidero inoltre ricordare che con delibera di Consiglio comunale n°118 del 30/01/2006 venne approvato il Regolamento per la concessione di incentivi finanziari intesi alla promozione dello sviluppo turistico nell’ambito del progetto “Paese Albergo” a cui mai fu dato seguito con l’Amministrazione Nigrelli.
Essendomi particolarmente occupato dell’Albergo Diffuso durante le mie esperienze amministrative desidero proporre all’attuale amministrazione comunale queste grandi opportunità legislative (regionale e comunale) al fine di riqualificare il nostro centro storico con servizi di ospitalità di elevato standard qualitativo. Sottolineo inoltre che un giovane imprenditore locale Philip Golino ha da qualche anno realizzato a Piazza Armerina una accogliente e funzionale ospitalità diffusa che potrebbe integrarsi perfettamente con la suddetta programmazione.
                                                 Fabrizio Tudisco

domenica 28 luglio 2013

Lo spirito delle 'Costituenti



di Guido Crosetto
Coordinatore nazionale di Fratelli d'Italia
26 luglio 2013
Le Costituenti regionali e provinciali, e ancor di più quelle comunali, non nascono per l’esigenza di marcare una presenza territoriale né per suddividere in “azionisti” la rappresentanza locale del partito. Tanto meno per riprodurre in piccolo scontri appartenenti ad un passato prossimo o remoto. Lo scopo principale era ed è quello di affidare, “pro tempore”, ad un gruppo di persone, scelte tra quelle che hanno accettato la scommessa ed il rischio di un partito nato ad un mese dalla scadenza elettorale, il compito di rifondare localmente il centrodestra che vogliamo costruire a livello italiano.
Ricostruire il centrodestra significa porsi obiettivi ambiziosi, significa evitare a tutti i costi l’arroccamento di chi vede in un nuovo soggetto politico l’opportunità di costruirsi un piccolo orto personale dove coltivare con pochi amici ambizioni singole. Il nostro obiettivo non era il 2% ottenuto con sforzo e fatica enorme alle politiche. Non è nemmeno il 4% che ci attribuiscono i sondaggi oggi. Il nostro obiettivo è ricostruire il centrodestra italiano dandogli credibilità. Non siamo nati con l’ambizione poco originale di creare un contenitore per la destra o per i singoli che non si riconoscevano più nel Pdl, ma di dare un futuro all’enorme popolo che non si riconosce nella sinistra. Questo significa che il compito affidato ad ognuno di noi è quello di allargare, includere, offrire spazi di Politica vera e sana.
Onesti. Non abbiamo fissato paletti di anagrafe o di percorsi precedenti, abbiamo indicato solo delle regole di moralità pubblica, dei paletti valoriali. La cosa più stupida e suicida che potremmo fare è quella di chiuderci a riccio con gli amici che abbiamo e che ci sono stati a fianco finora. La nostra proposta politica va allargata, ramificata, diffusa, rafforzata, espansa. Davamo per scontato di essere riusciti a trasferire questo spirito, ma alcune vicende locali, misere nella loro consistenza, e significative per il rischio, ci fanno capire che così non è.
Democratico e meritocraticoQuesti sono gli aggettivi con cui abbiamo definito fin dalla nascita Fratelli d’Italia. La fase di costruzione dei meccanismi democratici è iniziata con il tesseramento. Ma ora l’allargamento di questa base democratica è nelle mani di ognuno di noi. C’è chi preferirebbe che tutto si risolvesse nell’iscrizione dei suoi amici e che magari Fratelli d’Italia fosse rappresentato in una provincia od in un comune dal gruppo di un’ex corrente o sottocorrente. Chi la pensa così ha capito poco, sia della politica in generale che del nostro progetto e vorrei spiegargli che questo non è il suo partito. Questo non è un club di amici, è un soggetto politico che ha l’ambizione di rappresentare in modo serio il centrodestra. Chi contava il 5, 15 o 40% nel Pdl o in Forza Italia o in Alleanza Nazionale o in qualunque altro partito, come può pensare di essere il 100% di Fratelli d’Italia? Come si può pensare di crescere se non si crea al nostro interno una somma di esperienze, sensibilità, storie, idee, progetti e rappresentanze? Il gruppo nazionale, nella sua rappresentazione fisica, ne è l’esempio. Non esiste un verbo, un uniformità di pensiero, esiste l’apertura totale trasparente al confronto ed alla discussione. Noi ci siamo divisi e contati su scelte importanti, partendo dalla votazione o meno del Presidente della Repubblica ed arrivando al voto di fiducia e quindi all’ingresso o meno nel Governo Letta. C’era uniformità di vedute? No. Eppure si è parlato, discusso, e poi si è deciso. E chi aveva idee diverse ha accettato il parere della maggioranza. Come si fa e si deve fare in un partito. Sono i bambini quelli che, se vengono contraddetti portano via il pallone, non persone che si pongono l’obiettivo di servire una comunità, un territorio, l’Italia. Non vogliamo diventare uno dei tanti contenitori politici nei quali la selezione della classe dirigente avviene dall’alto per benedizione divina o dal basso attraverso l’esclusione dei più bravi. La meritocrazia funziona se possono concorrere tutti, non se la paura dei peggiori prevale costruendo muri che impediscano l’accesso ai migliori. Siamo e dobbiamo essere aperti, senza porte, cancelli, steccati o barriere all’ingresso.
Senza Paura, è stato il nostro motto. Non abbiamo avuto paura ad abbandonare la sicurezza personale che ci poteva offrire un grande partito, non possiamo averne se si tratta di diventarlo. E non averne significa sapere che in Fratelli d’Italia ci si deve fare le ossa e conquistarsi rispetto gareggiando contro i migliori e non voler vincere a tutti i costi per eliminazione di ogni avversario serio. La pubblicità “ti piace vincere facile” non è per noi. Noi pensiamo che l’ambizione a rappresentare gli interessi di un popolo debba scontrarsi con un percorso di fatica che ci obbliga a misurarci quotidianamente con le nostre debolezze per migliorarci. La dignità ritrovata di una politica vera e seria nasce dallo spirito di persone che emergono perché migliori. Non perché poche. E questo deve essere lo spirito delle costituenti. Per cui vi invitiamo a lavorare per allargare, per coinvolgere altri amici, magari con esperienze diverse dalle vostre, che accettino questa sfida. Deve scomparire tra di noi il prefisso “ex”: non ci interessa da dove vieni, ci interessa capire se vuoi con noi raggiungere una meta. Su questa metodologia, su questo obiettivo per noi esistenziale, troverete l’unico esempio di dirigismo. Il sistema democratico, infatti, necessita comunque di un giudice a Berlino di un organismo che abbia come compito quello di garantire che l’idea prevalga sugli egoismi personali.

sabato 27 luglio 2013

Crosetto a Libero: Chi si indigna con Fassina vive fuori dal Paese reale

L'intervento di Guido Crosetto pubblicato da "Libero Quotidiano".
27 luglio 2013
Ciò che ieri ha detto Stefano Fassina ha scandalizzato molti benpensanti ed ha arroccato ancor di più nelle loro fortificazioni manichee persone da sempre ostili al lavoro autonomo. Per prima la signora Camusso, che pensa di parlare sempre dei grandi signori di Confindustria e non conosce la realtà di migliaia di piccole e medie aziende italiane. Sarà perché in quelle non esiste il sindacato, ma ciò non toglie che loro esistano ed abbiano il diritto di sopravvivere.
Al pregiudizio ideologico di queste persone è purtroppo impossibile rispondere con ragionamenti generali di buon senso. Bisogna provare ad illustragli la verità della vita quotidiana con esempi concreti. Esistono gli evasori? Sì, tanti, troppi. Ci sono persone che indisturbate continuano ad evitare la fattura mettendo il cliente di fronte alla scelta di pagare il 40% in più e procurandosi in contatti redditi elevati in barba ad ognuno di noi. Ci sono grandi evasori che hanno costruito società, trust, fiduciarie, marchingegni fiscali e che trovano ogni giorno sistemi per nascondere guadagni ed utili. Ci sono persone che operano al di fuori di qualunque controllo fiscale perché nemmeno hanno una partita Iva. Ci sono e vanno stanati e puniti. Ma c'è un'altra faccia del lavoro autonomo e dell'impresa. Ci sono migliaia di commercianti, artigiani o piccoli imprenditori che ogni giorno devono tirare su una serranda o aprire un portone che ha come conseguenza obbligata a questo gesto quella di avere affitti, mutui, bollette, stipendi, fornitori, contributi, tasse, da pagare. E quando il fatturato cala o magari si incorre in un fallimento o un concordato, i soldi incassati non sono sufficienti a pagare tutte le spese.
Accade ogni giorno in migliaia di aziende, a migliaia di artigiani e commercianti. Ed infatti chiudono, falliscono, cedono attività. Ma questi imprenditori, come ognuno di noi, ha oltre all'attività, un figlio da mantenere, una tavola da imbandire. Non ha tutele che lo supportano. Non ha associazioni che lo aiutano. Non ha comprensione né solidarietà. Ha le proprie mani, qualcosa messo da parte in anni di lavoro, se ci è riuscito, aggredì bile senza problemi da banche e fisco, e la sua forza singola. Per carità, lui sa bene che il rischio di impresa era dall'inizio tutto sulle sue spalle. Ci sono ormai decine di migliaia di aziende e persone che quando tirano le somme alla fine dell'anno vedono che il risultato del loro lavoro, senza pause né orari, è quello di aver perso soldi, bruciato ricchezza, accumulato un debito maggiore. Se voi vi trovaste in questa situazione, considerereste la tassazione complessiva subita come giusta? Se a voi lo Stato, sordo alle vostre difficoltà, nonostante abbiate chiuso l'anno in perdita, chiedesse ancora di pagare Imu e Irap, costringendovi ad aumentare la vostra perdita, a dover chiedere un ulteriore mutuo o sconfinamento, vi sentireste ancora cittadini di serie A in debito con la collettività? Se, dopo aver concluso un difficile anno di lavoro in perdita, vi trovaste di fronte un rappresentante dello Stato che, citando studi di settore fatti da persone che non hanno mai visto un laboratorio artigianale se non in fotografia, dimenticandosi o disinteressandosi del fatto che i clienti che negli anni precedenti vi consentivano di lavorare non ci sono più, vi dice “induttivamente” cioè su sua sensazione, quanto avete guadagnato e sulla base di ciò vi facesse pervenire dall'Agenzia delle Entrate una cartella poi gestita con metodi da Gestapo da Equitalia, vi sentireste in sintonia con le parole di Letta? Penso che Stefano Fassina volesse dire questo. Ed ha ragione, ha colto un silenzioso urlo di disperazione. Non è lui ad essere lontano dal Paese reale. Anzi, caro Stefano, benvenuto. Capire che esiste il tema della sopravvivenza fiscale quotidiana al di fuori della categoria disoccupati o cassaintegrati non è un ragionamento di centrodestra. È solo la verità.